Politica

“Perché uno sciacallo fu fatto sindaco” (di Antonio Gramsci)

La metafora gramsciana sullo sciacallo fatto sindaco, presa dai Apologhi e Raccontini torinesi, è forse il modo più semplice e creativo per descrivere le dinamiche socio-politiche che hanno caratterizzato la storia dei sistemi politici e le forme di governo degli Stati moderni, ed in modo particolare la situazione politica italiana e le piccole realtà locali dominate da una elité di potere che oscilla fra il lecito e l’illegale.

Nella giungla si erano uniti in «clan», per poter cacciare con più profitto e meno pericolo, e babbuini e lupi e leopardi ed altre bestie di vario pelo e colore. Tra di loro però si era intrufolato un piccolo sciacallo che mangiava i rifiuti e spolpava le ossa dei succulenti banchetti. Era sopportato perché nella giungla lo sciacallo è temuto da tutti come diffusore di idrofobia e di malattie infettive, ma l’irritazione e il malcontento era grande e tutti del «clan» avrebbero benedetto la buona occasione che li avesse liberati dal poco piacevole socio.

Fu una scimmietta molto accorta e giudiziosa che trovò la via di scampo: «Perché non lo facciamo nostro sindaco? Propose in una privata assemblea da lei appositamente convocata, -lo potremmo così collocare nella sua nicchietta, ben pasciuto e immunizzato dalla sua stessa autorità, e noi non avremmo più a soffrire del contatto da pari a pari con chi ci fa continuamente rabbrividire e drizzare il pelo. Potrà fare collezione di tutti i cocci colorati e le cartine inargentate che troveremo nelle nostre incursioni, di cui gli faremo doveroso omaggio, e così saremo tranquilli».

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