Politica

Mario Oliverio: la sfida populista di un presidente (seduto) comodo

Non me ne voglia Michele Drosi, se eccezionalmente mi comporto in modo presuntuoso, ma non trovo proprio il coraggio di leggere un libro che in altri termini, trovando nel lessico italiano le parole adeguate, rappresenta una grandissima “leccata di culo”; un banale tentativo di narrare le gesta di un uomo, che di concreto non ha fatto nulla,  solo paralizzare la macchina amministrativa calabrese, soggiogandola ai suoi comodi e ai suoi scopi.

Non si capisce bene quale mistica apparizione abbia ispirato la penna dell’autore,  che si accinge in un pericoloso paragone, quello con Ernesto Guevara, cosa che non solo stizzisce e rattristisce la mitologia di una figura storica, ma diviene paradossalmente comica nella sostanza.

Lasciando riposare in pace il grande Che, vorrei puntualizzare che Oliverio non è un rivoluzionario, e forse mai lo sarà; le rivoluzioni sociali sono ben altra cosa, hanno a che fare con il capovolgimento dell’ordine costituito, in difesa delle classi oppresse, per citare lo stesso Che Guevara: Siate sempre capaci di sentire nel più profondo di voi stessi ogni ingiustizia commessa contro chiunque in qualsiasi parte del mondo: è la qualità più bella di un rivoluzionario.” Io non credo proprio che il presidente Oliverio abbia questa sensibilità, la qualità di sentire la voce degli oppressi; solitamente le uniche voci che ascolta sono quelle dei suoi “compagni” in affari.

Il libro parla di sfida riformista, ma Oliverio non è affatto un riformista, almeno per due motivi: il primo, più ovvio e palese, e che la sua azione riformatrice non ha lasciato alcuna traccia tangibile sul territorio, in altre parole o non è stato fatto nulla, o quel che stato fatto non ha inciso affatto sulla collettività, ma piuttosto su una cerchia ristretta di proseliti adescati secondo i più classici standard dell’imprenditoria politica, le clientele.

Il secondo motivo è legato propriamente  alla  sua formazione politica e alla relativa espressione culturale di appartenenza; Oliverio è in tutto un ex comunista, cresciuto e affermatosi tra le fila del PCI calabrese, divenendone, insieme ad alcuni degli ex compagni, ciò che rappresenta la manifestazione più negativa dell’efferato bolscevismo.  Un eccesivo e settoriale accentramento di potere verso un preciso gruppo dirigenziale, che si arricchisce sfruttando e spremendo una macchina amministrativa che agisce e si determina solo per l’interesse dei soliti pochi, elargendo alla collettività illusorie speranze e inutili raccomandazioni, nel più classico atteggiamento populista.

E poi infine, affermiamolo serenamente, ma Oliverio è un presidente scomodo per chi? Sarò forse poco intuitivo io,  nel comprendere alcune dinamiche, ma sinceramente  questi poteri forti che remano contro di lui proprio non li riesco a percepire, sarà mai che il suo di “potere forte” sta cercando di inventarsi nemici immaginari( come fanno i populisti) per giustificare un’azione politica fallimentare?

Sarà mai che questo libro, che diventerà sicuramente un best seller, non sia un altro subdolo tentativo di manipolare il consenso elettorale, in vista di quelle fatidiche regionali, un’ultima occasione per tanti di sedersi per l’ennesima volta su quella comodissima poltrona,  tanto difficile da abbandonare?

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