Cultura e Società

L’Americano Steve Pieczenik e la morte di Aldo Moro

Di Paolo Brogi

Ottobre 2014. Il procuratore generale di Roma Luigi Ciampoli, chiede alla procura della repubblica di procedere formalmente a carico del cittadino statunitense Steve Pieczenik (nella foto di allora, anni ’80, oggi ha 78 anni), funzionario del Dipartimento di Stato Usa ai tempi del sequestro, in quanto vi sarebbero “gravi indizi circa un suo concorso nell’omicidio” del presidente della Democrazia cristiana.

E poi? Poi nulla.

Steve Pieczenik inviato dal Dipartimento di Stato Usa, uomo di Kissinger, è stato il burattinaio al Viminale durante il sequestro Moro di cui il 9 maggio si ricorda il tragico epilogo. Non è un’illazione, è quanto stesso Pieczenik ha dichiarato in un libro scritto a quattro mani con Emmanuel Amara e uscito in Francia nel 2006 col titolo “Abbiamo ucciso Aldo Moro”. Pieczenick che ha avuto un ruolo diretto nella costruzione di falsi messaggi delle Brigate rosse come quello rinvenuto al lago della Duchessa ha spiegato come abbia voluto “morto” Moro.

Steve Pieczenik

L’ha fatto allora rilasciando interviste come quella per l’Unità dove dichiarava che la sua strategia aveva al primo punto guadagnare tempo e mantenere in vita Moro, ma anche, contemporaneamente, “impedire l’ascesa dei comunisti di Berlinguer al potere, ridurre la capacità degli infiltrati nei Servizi e immobilizzare la famiglia Moro nelle trattative”.

Lette le missive di Moro dalla prigionia e analizzati i comunicati dei brigatisti, “Vidi che Moro era angosciato e stava facendo rivelazioni che potevano essere lesive per l’Alleanza Atlantica. Decisi allora che doveva prevalere la Ragione di Stato anche a scapito della sua vita. […] Sono stato io […] a decidere che il prezzo da pagare era la vita di Moro“.

Otto anni dopo queste dichiarazioni eccoci alla richiesta del PG Luigi Ciampoli alla Procura della repubblica. E poi?

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