La chiave di lettura che lega Occhiuto, il “costo” del lavoro e la condanna di Mimmo Lucano (di Saverio Di Giorno)
Politica Locale

La chiave di lettura che lega Occhiuto, il “costo” del lavoro e la condanna di Mimmo Lucano (di Saverio Di Giorno)

A cura di Saverio Di Giorno

Robertino Occhiuto dice: “Puntiamo ad abbassare ancor di più il costo del lavoro”. Cioè puntiamo ad affamare ancora di più i calabresi. Più che una promessa è una minaccia. Come commentare una cosa incommentabile? La sentenza, doppiamente politica, su Lucano è la chiave di lettura.

Il fratello “furbo” di Occhiuto dice che il problema della disoccupazione è che gli operai calabresi costano troppo alle imprese. Quindi, dimostra di non conoscere minimamente la realtà calabrese che vorrebbe governare. Occhiuto, cioè, non può dare soluzioni ai calabresi. Chiunque abbia avuto a che fare con un’impresa di qualunque settore (salvo rare eccezioni), sa che i salari sono bassissimi, quasi mai in busta paga c’è quanto viene promesso e comunque senza tutto il resto (assegni familiari, malattie ecc.). Occhiuto, in definitiva, mira a mantenere o a peggiorare lo stato di bisogno; l’unico modo di governare conosciuto dalla classe dirigente calabrese.

Robertino dovrebbe parlare di salari minimi, di assistenza, di sviluppo di infrastrutture e borghi di imprese innovative guidate da giovani eccellenze calabresi. Non lo fa. Certo non lo fa nemmeno la “sinistra” della Bruni e perché dovrebbe? Non ci ha mai provato a vincere: ha messo su quattro liste con due o tre portatori di preferenze e il resto a riempire senza crederci. L’importante è far entrare i soliti tre o quattro. Soliti che governano esattamente allo stesso modo.

Occhiuto resta zitto anche sui suoi candidati che incontrano indagati, nominati da pentiti e il resto delle cose dette e ridette; anzi, dicendo in questo modo favorisce il mantenimento di questa situazione. Davvero, caro Robertino, credi che le aziende non arrivino in Calabria per colpa del costo del lavoro? O forse perché non possono accedere a gare già decise? O forse perché tra affidamenti diretti, tangenti da pagare o l’obbligo di rifornirsi solo da poche ditte scappano? O forse perché nei grossi investimenti c’è poi una parte che va nel riciclaggio di denaro?

Che c’entra in tutto questo Lucano? Niente. Questo è il punto. Lucano aveva trovato un modo di creare vero sviluppo che fosse attento al territorio, che lo riutilizzasse e rivitalizzasse senza distruggere e cementificare, che portasse anche turismo internazionale e contemporaneamente facesse del bene. Lucano raccoglieva i rifiuti porta a porta con gli asinelli non si faceva ricattare dalle ditte. Lucano aveva capito che il dramma demografico calabrese e quello dei migranti in realtà sono uno solo: un sistema economico criminale che favorisce pochi e approfittatori, che porta le attività ad andar via in cerca di situazioni ancora peggiori e norme ancora più blande. Altro che migranti…

Lucano ha sulla porta gli spari intimidatori. Nelle botteghe riaperte di Lucano si trovavano persone come Peppino Lavorato, anima di lotte contadine nel rosarnese e compagno di lotte di Valarioti.

Ma lui “ottiene” 13 anni al primo grado. Più dell’assassino Traini. Più del boss di Cetraro, Muto. Evidentemente non bisognava solo fermare il suo modello, ma anche la campagna di De Magistris molto più pericolosa, evidentemente, di quella finta e complice del resto della sinistra. Non sarebbe la prima volta che una sentenza arriva giusto giusto in tempo.

Ma forse stavolta l’hanno fatta male, troppo grossa. Solo qualche settimana fa i colletti bianchi della trattativa sono stati assolti. Stona troppo. Decine di piazze in Italia si sono mobilitate. Loro giudicano con i loro giudici, nei loro tribunali e usano le loro carceri, gli altri, noi come giudice abbiamo la memoria. Loro condannano uomini giusti e noi li votiamo.

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