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l primo ministro dell’Anp: “Italia, riconosci lo Stato di Palestina”

Fonte: HuffingtonPost https://www.huffingtonpost.it/entry/il-primo-ministro-dellanp-allhuffpost-italia-riconosci-lo-stato-di-palestina_it_5d6bcb0be4b09bbc9ef09f16?utm_hp_ref=it-homepage

“Non possiamo permetterci il lusso della fantasia. Proporre idee come una confederazione è un diversivo. Le uniche due strade sono la creazione di uno Stato palestinese o l’affermazione di uno stato israeliano basato sull’apartheid. Chi governa oggi Israele ha scelto la seconda strada, e l’amministrazione Trump sta assecondando questa prospettiva”. A sostenerlo, in questa intervista esclusiva concessa ad HuffPost è l’uomo che dal marzo scorso guida il governo dell’Autorità nazionale palestinese: Mohammad Shtayyeh, 61 anni, economista, un passato da dirigente di al-Fatah. Il premier palestinese guarda con speranza all’Italia: “Sarebbe importante – dice – se l’Italia riconoscesse lo Stato di Palestina. Un atto a favore di una pace giusta, stabile. Una pace tra pari”. Un messaggio che incrocia le trattative in corso a Roma per la formazione di un governo M5S-Pd.

Signor Primo ministro, da temo ormai i negoziati tra Israele e l’Autorità Nazionale Palestinese sono a un punto morto, mentre le condizioni di vita della popolazione palestinese a Gaza e in Cisgiordania continuano a peggiorare. In questo scenario, ha ancora senso parlare di una soluzione “a due Stati”?

“Non vedo quale siano le alternative. O meglio, c’è quella che chi governa Israele sta portando avanti con una visione colonialista che non ha eguali al mondo. Vede, n Cisgiordania oggi ci sono in tutto 650mila coloni, cioè il 22 per cento della popolazione. Il progetto di Netanyahu è arrivare a un milione nel 2020. In questo modo i due Stati sarebbero nella stessa Cisgiordania: uno per i coloni e l’altro per i palestinesi. Ma questa via sarebbe fallimentare per tutti. In quel momento tra il Giordano e il mare i palestinesi rappresenteranno circa il 52 per cento della popolazione e Israele perderà il suo carattere ebraico e democratico. La questione demografica è una questione politica e lo sarà sempre più negli anni a venire. La destra più estremista israeliana parla esplicitamente di annessione della Cisgiordania, o comunque di parti significative di essa. Siamo all’istituzionalizzazione del colonialismo, oltre che ad una ferita mortale inferta al diritto internazionale e alle risoluzioni delle Nazioni Unite che indicano la Cisgiordania, la Striscia di Gaza e Gerusalemme Est come Territori occupati. Israele continua a ritenersi l’unica democrazia in Medio Oriente. Ma cosa c’è di democratico nel regime di apartheid instaurato nei Territori palestinesi occupati? Per quanto ci riguarda, non abbiamo cambiato idea: l’unico accordo di pace che può reggere è quello fondato sulla soluzione. a due Stati. Ma Israele sta facendo di tutto per affossare questa prospettiva. E su questo trova una totale complicità nell’amministrazione Trump”.

Il presidente Usa e i suoi più stretti collaboratori hanno messo a punto quello che è stato chiamato l’”Accordo del secolo”. Un piano che la dirigenza palestinese ha subito bocciato, non partecipando, ad esempio alla recente Conferenza in Bahrein. Siete ancora su questa linea?

“Assolutamente sì. Sia chiaro: in questa posizione non c’è alcun pregiudizio politico nei confronti dell’attuale Amministrazione americana. La nostra è una valutazione di merito. Non abbiamo visto nel documento alcun riferimento all’occupazione agli insediamenti, alla Palestina, a due stati, ai confini del 1967, a Gerusalemme, al controllo delle risorse idriche. Non una delle questioni strategiche che riguardano un accordo di pace capace di reggere nel tempo è minimamente accennata, non dico risolta, in quel piano. Tutto viene ridotto ad una dimensione economica, facendo peraltro finta di non sapere che alla base della grave situazione economica che investe la Palestina dipende dall’occupazione israeliana”.

Tra sedici giorni, gli israeliani torneranno alle urne. Lo scontro in atto è durissimo ma il tema di una pace possibile sembra relegato ai margini.

“Il dibattito in Israele oggi, è davvero un peccato che non sia tra coloro che vogliono porre fine all’occupazione e coloro che vogliono mantenere l’occupazione. Il dibattito in Israele oggi, tranne alcune eccezioni, è tra coloro che vogliono mantenere lo status quo e coloro che vogliono annettere alcune parti della Cisgiordania. Ma questa rimozione non può durare a lungo: chiunque sarà chiamato a governare in Israele dovrà fare i conti con la causa palestinese e con i diritti di un popolo che non si arrende”.

Resta la crisi finanziaria che investe l’Anp e che rende ancora più problematica l’amministrazione dei Territori.

“Stiamo attraversando una difficile crisi finanziaria, causata da Israele “Hanno cercato di tagliare i soldi assegnati alle famiglie di martiri e prigionieri. Ci siamo rifiutati di ricevere il taglio dei fondi. Lo vogliamo nella sua interezza. Abbiamo anche comunicato con la comunità internazionale la violazione di Israele dell’accordo economico di Parigi. La situazione è difficile, ma rimarremo fedeli alle famiglie di martiri e prigionieri. Il ricatto finanziario esercitato da Israele è parte di una strategia volta a spingere i Palestinesi ad arrendersi e accettare il piano americano. Chiunque pensi che stiamo cercando una soluzione economica si sbaglia di grosso, perché il problema è legato alla fine dell’occupazione israeliana. Qualsiasi soluzione al conflitto in Palestina potrà avvenire solo attraverso una soluzione politica volta a porre fine all’occupazione e alla realizzazione dei diritti dei palestinesi ad uno Stato indipendente, sovrano entro ai confini del 1967 con Gerusalemme come capitale e il diritto al ritorno dei rifugiati sulla base delle risoluzioni delle Nazioni Unite e del diritto internazionale “.

La leadership palestinese ha deciso di congelare l’attuazione degli accordi di Oslo-Washington anche in materia di sicurezza. C’è chi ha definito questa decisione un atto disperato, una forzatura destinata al fallimento.

“Si è trattato di una scelta inevitabile che chiama in causa la comunità internazionale dimostratasi sin qui incapace di adottare misure pratiche che costringano Israele a rispettare gli accordi firmati, tra cui la compensazione del denaro delle tasse dell’Anp l’espropriazione delle terre e le demolizioni di case palestinesi. Non cederemo all’estorsione, né scambieremmo i nostri diritti nazionali per denaro”

L’Unione Europea ha condannato la demolizione di case palestinesi a Gerusalemme Est affermando che le demolizioni minano la “fattibilità della soluzione a due Stati”.

“Non è la prima volta che l’Unione Europea condanna la politica di colonizzazione portata avanti senza soluzione di continuità da Israele. Ma resta il fatto che queste condanne non hanno alcun seguito concreto. Al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, una risoluzione di condanna delle demolizioni di case palestinesi è stata bloccata dal veto americano. Israele continua a calpestare il diritto internazionale, oltre che le risoluzioni Onu che riguardano la Palestina, ma nessun atto sanzionatorio è stato preso nei suoi confronti. E’ la politica dei due pesi e due misure che tanti disastri ha determinato in Medio Oriente. Resto tuttavia convinto che l’Europa può svolgere un ruolo importante nel rilanciare il dialogo e favorire una stabilizzazione dell’intera regione. Una stabilizzazione che passa inevitabilmente per una equa soluzione del conflitto israelo-palestinese. Il sostegno totale offerto dagli Usa a Israele lascia un vuoto d’iniziativa diplomatica che l’Europa può colmare”.

Tra le decisioni assunte di recente dal Gabinetto di sicurezza israeliano c’è la realizzazione di 700 unità abitative palestinesi nell’Area “C” della Cisgiordania (che per gli Accordi di Oslo-Washington è sotto il pieno controllo israeliano), insieme alla realizzazione di 6000 case negli insediamenti.

“Non abbiamo bisogno del permesso della potenza occupante per costruire le nostre case sulla nostra terra. Con quella decisione, le autorità israeliane mirano mira a ingannare l’opinione pubblica internazionale, legittimando gli insediamenti e tentando di equiparare la costruzione palestinese sulle loro terre con la costruzione di insediamenti coloniali che rubano terra ed l’acqua. Quanto alla divisione in 3 aree della Cisgiordania, essa non esiste più perché Israele ha violato costantemente gli Accordi di Oslo-Washington”.

Signor Primo ministro, l’Italia è alle prese con la formazione di un nuovo Governo. Quale messaggio si sente di lanciare alle forze che stanno lavorando al nuovo esecutivo?

“Il popolo palestinese conosce la generosità del popolo italiano e l’impegno che non è mai venuto meno nella cooperazione bilaterale. Mi auguro che l’Italia si unisca alla maggioranza dei Paesi membri delle Nazioni Unite nel riconoscere lo Stato di Palestina. Sarebbe un segnale di speranza per un popolo che sta lottando per la propria autodeterminazione nazionale”.

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