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In questi giorni in tanti ci chiedono se esistano veramente dei legami tra ciò che sta accadendo con il COVID-19 e i cambiamenti climatici e se esistono dei legami di che cosa si tratta. Proviamo a capire insieme.

In realtà già negli anni scorsi, dal 2003 in poi, avevamo visto l’allarmante diffondersi di altre epidemie come l’influenza aviaria, la SARS e l’influenza suina. Queste si sono diffuse in anni in cui si è registrato un aumento della temperatura media globale di almeno 0.6, 0,7 gradi C°. E’ dunque lecito immaginare un collegamento tra il surriscaldamento globale e il moltiplicarsi di nuovi virus e nuove malattie infettive.

Quel che già sappiamo per certo è che il progressivo scioglimento dei ghiacciai, diretta conseguenza del surriscaldamento globale, mette in pericolo il genere umano per una lunga serie di ragioni. Una di queste è proprio il potenziale rilascio di virus sconosciuti (a volte letali) rimasti congelati per migliaia di anni.
Uno studio ha esaminato nell’Altopiano del Tibet due campioni di ghiaccio di 15.000 anni fa. Il lavoro ha rilevato ben 33 virus, di cui 28 dall’azione sconosciuta. Ma secondo Scott Rogers, docente alla Bowling Green State University, un virus a lungo inattivo è stato già rilasciato dal ghiaccio, visto il focolaio di antrace in Serbia del 2016, attribuito al disgelo del permafrost, durante il quale 8 persone sono risultate positive all’antrace, una malattia potenzialmente fatale per gli esseri umani.

Di sicuro anche distruzione degli ecosistemi e coronavirus sono fenomeni collegati, come ben ha chiarito la virologa Ilaria Capua (direttrice One Healt Center of Excellence dell’Università della Florida). Tra i possibili vettori del virus si sono indicati i serpenti, poi i pipistrelli e a seguire i pangolini. Bene, questo ci insegna che prendere animali selvatici dal proprio ambiente naturale e indurre artificialmente un’elevata concentrazione di individui di diverse specie esotiche in uno spazio limitato crea le condizioni ideali per la trasmissione di agenti patogeni nuovi da animale a uomo.

Sapevate inoltre che diversi studi dimostrano ad esempio che la deforestazione aumenta il rischio di esposizione ad agenti patogeni, come il virus Nipah, il virus Lassa, la malaria e la malattia di Lyme, amplificandone la diffusione?

Infine è stata evidenziata una relazione tra i superamenti dei limiti di legge delle concentrazioni di polveri sottili registrati tra il 10 ed il 29 febbraio e il numero di casi infetti aggiornati al 3 marzo. Le alte concentrazioni di polveri registrate nel mese di febbraio in Pianura padana, secondo questi studi, hanno prodotto un boost, un’accelerazione alla diffusione del Covid-19. L’effetto sarebbe più evidente in quelle province dove ci sono stati i primi focolai. E’ possibile ipotizzare che le polveri sottili abbiano esercitato la funzione di carrier per il virus, più ce ne sono più si creano autostrade per i contagi. In attesa che queste ipotesi vengano dimostrate si può considerare la concentrazione di polvere sottili come un possibile indicatore della virulenza dell’epidemia da Covid-19.

Perciò se la politica vorrà prevenire prossime ancor più pericolose epidemie e le altre conseguenze (non meno gravi) dei cambiamenti climatici e della distruzione degli ecosistemi non ha altra scelta che iniziare a ripensare radicalmente un modello di sviluppo che metta al primo posto la vita e non il profitto.

Matteo De Bonis, Fridays For Future Cosenza.

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