Flussi migratori: Una questione di militarizzazione o di condivisione della sicurezza comune?
Cultura e Società

Flussi migratori: Una questione di militarizzazione o di condivisione della sicurezza comune?

In quest’ultimi decenni il fenomeno dei flussi migratori  ha assunto progressivamente dimensioni sempre più rilevanti fino a rappresentare uno dei maggiori problemi che oggi si trova ad affrontare il mondo europeo e, più in generale, occidentale.

L’abbattimento delle tradizionali  barriere spazio-temporali e la correlata creazione di un unico mercato mondiale, ha favorito al massimo le ricorrenti ondate migratorie dai paesi più poveri del terzo e quarto mondo verso zone più industrializzate, movimenti generati dalla speranza di centinaia di migliaia di persone di sfuggire definitivamente a condizioni d’estremo degrado socio-culturale per fruire di condizioni di vita più umane.

Il fenomeno dell’immigrazione, dal punto di vista storico, è  la conseguenza dell’aggressività del periodo coloniale delle potenze europee. L’occupazione territoriale dei territori extraeuropei, comportò la militarizzazione della società e lo sfruttamento delle risorse economiche delle colonie, nel tentativo di esportare  modelli di democrazia occidentale, imponendo  un sistema governativo, che nulla aveva a che fare con l’organizzazione socio-politica di alcuni territori.

Questa tentativo forzato, scaturì nella totale disintegrazione di alcuni modelli di organizzazione sociale che seppur primitivi, erano comunque fonte di equilibrio e di stabilità, generando  conseguentemente la stessa emarginazione sociale, tipica dei paesi del capitalismo occidentale, accentuato però dal condizionamento talvolta forzato dei paesi occupanti. La fine del periodo coloniale, porterà con se i residui dell’imperialismo occidentale, disintegrando l’equilibrio dell’organizzazione sociale pre-coloniale, acutizzando cosi la differenza, prima minima, fra ricchi e poveri; avremo dunque paesi che subendo una democratizzazione forzata, risulteranno incapaci di gestire la vita politica del territorio, con una classe dirigente pesantemente condizionata dall’ingerenza degl’ex occupanti  occidentali.

I dati inerenti alla situazione italiana, riportano che dal 1° gennaio al 2 luglio 2018  sono sbarcati sulle coste italiane quasi 17mila migranti di cui 1.137 morti e dispersi nel Mediterraneo, in larga maggioranza sulla rotta centrale dalla Libia verso l’Italia. Il nostro Paese, che da tempo accoglie migranti da tutto il mondo, si trova a vivere e gestire una situazione di emergenza ed è chiamata a prendere coscienza della grande massa di immigrati che vive ed opera nel suo territorio. Il fenomeno ci tocca da vicino e rappresenta un problema che non può essere trascurato o rimandato, ma va affrontato e regolamentato non solo per gli aspetti etici ma, soprattutto sotto l’aspetto giuridico nonché quello dei diritti umani.

Finora il problema è stato affrontato con disorganici interventi  legislativi, che non possono bastare quando muta la realtà stessa di un paese per effetto di un afflusso di persone. Il decreto sicurezza, ha nei suoi contenuti, aspetti di dubbia conformità con quelli che sono i connotati essenziali dell’umanitarismo universale, perché pone seri limiti nel processo di assimilazione e integrazione di chi fugge da fame e miseria; aldilà del presupposto legal-razionale che vengono posti sulle dinamiche dell’accoglienza e della solidarietà sociale, il decreto potrebbe avere un impatto sociale e culturale violento, prospettando una società fondata sulla militarizzazione della sicurezza, piuttosto che sulla condivisione solidale dei principi di sicurezza comune. Essenzialmente una società troppo irreggimentata, poco elastica all’accettazione della diversità, è una comunità che  condivide sospetto e paura.

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