Politica

Dalle sardine a Greta, giovani rappresentati ma senza rappresentanza: il corto circuito è la politica

Se nessuno si pone, nei partiti tradizionali come nei movimenti, il problema di passare dalla rappresentazione di ciò che non va alla rappresentanza delle innumerevoli categorie bisognose di diritti e considerazione sociale, lo sforzo, alla fine, risulterà vano

di Roberto Bertoni

Bisogna sempre ricordarsi di don Milani: sortirne insieme è politica, sortirne da soli è avarizia. Ma soprattutto: a che serve avere le mani pulite se poi le si tiene in tasca? Di fronte ai problemi enormi che affliggono non solo questo Paese ma diremmo questo pianeta, c’è una generazione, quella che Greta e le Sardine hanno avuto la forza e il coraggio di riportare in piazza, che deve cominciare ad assumersi le proprie responsabilità.

Come ha scritto sul nostro giornale una ragazza, in una lettera rivolta a Mattia, non ci si può, infatti, limitare ai diritti civili e alla sacrosanta richiesta di un linguaggio più sano, civile e costruttivo, senza porre al centro delle proprie rivendicazioni i diritti sociali calpestati, umiliati e offesi da un andazzo che dura ormai da troppo tempo, accomunando, anche se non in egual misura, destra e sinistra.

È giunto il momento di compiere un’analisi storica: spiace dirlo, ma nel disastro dell’umanità la sinistra c’entra eccome. C’entra da quando ha deciso, con Blair e Clinton, di inseguire la destra sul suo stesso terreno, assoggettandosi all’egemonia culturale reaganian-thatcheriana e cominciando a spacciare per vere assurdità come la mitigazione del capitalismo selvaggio e l’elogio del liberismo sfrenato.

C’entra dal momento che, come abbiamo visto nel Regno Unito, buona parte dei seggi storicamente labouristi sono passati a destra, a questa destra, quella rappresentata da un damerino di Eaton come Boris Johnson, per il semplice motivo che nemmeno un socialista a ventiquattro carati come Corbyn è stato in grado di ripulire l’immagine della sinistra dalla patina blairiana che ancora la ricopre.

C’entra perché la classe lavoratrice, in quei seggi, ha avuto l’astuzia di candidarla il Partito conservatore, mentre sull’altro versante andava in scena un dibattito surreale su Brexit sì – Brexit no che a molti cittadini britannici dev’essere sembrato lunare, dato che anche i sostenitori dell’Unione Europea non sono stati capaci di spiegare una sola delle ottime ragioni per cui sarebbe stato opportuno indire un secondo referendum e ribaltare l’esito di quello, tragico, andato in scena tre anni fa.

Allo stesso modo, duole dirlo, ma la meravigliosa Greta Thunberg e la sua battaglia ambientalista rischia di rivelarsi inutile, al pari delle piazze che ha saputo riempire, qualora questo movimento planetario non dovesse trovare uno sbocco politico. Se tu porti in piazza milioni di persone, risvegli i giovani dal torpore e restituisci loro una bandiera da sventolare e un argomento iper-politico da porre al centro del dibattito pubblico, meriti solo stima e gratitudine. Ma se nessuno si pone, nei partiti tradizionali come nei movimenti, il problema di passare dalla rappresentazione di ciò che non va alla rappresentanza delle innumerevoli categorie bisognose di diritti e considerazione sociale, lo sforzo, alla fine, risulterà vano.

Se la COP di Madrid fallisce miseramente perché a rappresentare gli interessi di nazioni, lobby e multinazionali sono ancora coloro che credono che la Terra possa essere sfruttata senza ritegno, che esistano risorse illimitate e che le catastrofi naturali siano, al massimo, danni collaterali da sacrificare al profitto, in nome di un benessere collettivo che, in realtà, altro non è che accaparramento di risorse pubbliche, compresa l’aria che respiriamo, ad opera di predoni privati e ricchissimi, puoi aver riempito tutte le piazze di questo mondo ma nulla cambierà.

“Perché qualche cosa cambi – scrisse Moro dalla prigione delle Brigate Rosse, rivolgendosi all’allora segretario della DC, Benigno Zaccagnini – dobbiamo cambiare anche noi”. È necessario che cambi il nostro stile di vita, il nostro paradigma economico e sociale, il nostro modello di sviluppo, che cambino i nostri comportamenti quotidiani fin nei minimi dettagli.

Riempire le piazze, di questi tempi, è giusto e doveroso, e guai a chi irride Greta o le Sardine perché non tiene conto del valore democratico di queste organizzazioni spontanee e dell’aria fresca che esse portano a una discussione istituzionale per lo più asfittica e autoreferenziale. Guai anche a chi non si rende conto che il nichilismo non serve a nulla, che la mancanza di rispetto per il prossimo è una rovina e che segnalare i tanti aspetti negativi di una società sull’orlo dell’abisso è un dovere civico e morale.

Ma adesso tocca a voi, cari manifestanti e cari organizzatori, e mi ci metto anch’io che in quelle piazze c’ero, che vi ho raccontato, intervistato e osservato da vicino. Tocca a noi, oserei dire, e comprendo in quest’analisi anche la nostra professione, troppe volte intenta a puntare il dito o a dare buoni consigli quando non può più dare il cattivo esempio. Tocca alla nostra generazione passare dalla rappresentazione alla rappresentanza, ossia porsi il problema della politica, di come diventare parte attiva dei processi globali, di come diventare davvero classe dirigente, di come arrivare, senza smanie rottamatorie di alcun tipo, a essere i decisori che si siedono ai tavoli che contano, là dove si può provare a invertire la rotta prima che sia troppo tardi.

Fonte TPI: https://www.tpi.it/opinioni/sardine-greta-giovani-senza-rappresentanza-opinione-20191218516260/?fbclid=IwAR3XApWTdROyF1NqcIV3c7DlzEDIDkI3xLImEDLwNh0lOthCG7lS7nF3wTk

 

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