Cultura e Società

Calabria, dalla “onorata Sanità” alla Zona rossa passando dai commissari

 

Nel rendiconto semplificato della Regione Calabria del 2016 è riportato nero su bianco che la spesa per la sanità calabrese, in termini percentuali, ammonta al 56%. In numeri si parla di 3.763.270.329,21 miliardi di euro, di cui 3.516.168.632,82 sono risorse per garantire i LEA, livelli essenziali di assistenza sanitaria. In spiccioli, i cittadini calabresi avevano nel 2016 circa 1600 euro cadauno per vedersi garantiti i livelli essenziali di assistenza sanitaria, oltre i 250 milioni di euro spesi tra investimenti, ripiani di disavanzi e “ulteriori spese in materia sanitaria”. Quasi 4 miliardi per provvedere alla sanità calabrese. Il dato viene riconfermato anche nel 2018 dallo stesso tipo di documento. Una cifra importante, visto e considerato che le condizioni strutturali e demografiche della Calabria non siano delle migliori, e posto che non tutta la popolazione usufruisce del servizio sanitario nello stesso momento.

Ma, nonostante le cifre rassicuranti, quello che assistiamo da anni è uno spettacolo indecente e offensivo in cui i protagonisti sono gli stessi calabresi. Strutture fatiscenti, scarico di responsabilità continuo, lungaggini infinite nelle liste d’attesa, mancanza di professionalità e di competenza e, a volte, morti per errori clamorosi. Il diritto alla salute, sancito dall’Art. 32 della nostra Carta costituzionale sembra essere diventato più un privilegio che un diritto costituzionalmente garantito. Si assiste sovente alla ricorrente chiamata all’amico dell’amico per un trattamento “riservato”, il cugino che conosce il medico di turno o il collega di scuola che ora lavora in ospedale, il figlio del massone che si rivolge al proprio fratello proprietario della Clinica privata; se non ne possiede partecipazioni nella stessa. La pratica quotidiana di interazioni di antico retaggio famigliare e ‘d’amicizia’, di anno in anno, di generazione in generazione, rende l’accesso al sistema sanitario una prova più che una procedura. Un connubio di convenzioni che diventa specie nella Calabria profonda.

La Onorata sanità

Una situazione non eccezionale quella calabrese, che però non deve farci confondere l’effetto con la causa. Infatti, la genesi della malasanità calabrese ha radici ben più profonde. Scrive Arcangelo Badolati su MAMMA ‘NDRANGHETA: “le cosche hanno allungato la propria mano, sin dalla seconda metà degli anni 80 del secolo scorso, anche sulla sanità. […] Il ‘modello’ applicativo della strategia d’infiltrazione criminale è stato sperimentato nella Piana di Gioia Tauro, nella Locride, a Reggio Calabria e a Melito Porto Salvo, ove già era forte la capacità delle consorterie di influenzare il ceto politico locale e le scelte delle amministrazioni comunali”. Il collegamento tra la “Onorata sanità” e la gestione delle strutture sanitarie locali si perde nelle pagine degli ultimi 20 anni della Prima Repubblica e si potenzia andando avanti col tempo. Dall’istituzione delle Regioni a Statuto Ordinario negli anni 70, per passare al Titolo V ed infine arrivare al commissariamento della sanità. Contiamo almeno 30 anni di gestione criminale della salute in Calabria da prima del commissariamento, solo 30 anni se crediamo che durante il commissariamento la ‘ndrangheta non abbia fatto i suoi comodi.

Il primo segnale fu negli anni 80. Con un Decreto del Presidente della Repubblica su proposta dell’allora Ministro degli Interni Oscar Luigi Scalfaro, furono sciolte nel 1987 due USL calabresi, quelle di Taurianova e Locri. La relazione ministeriale descrive la desolante situazione delle due unità sanitarie locali. Ma era solo mala-gestione? Bisognerà aspettare il 2005 per vedere accertata la presenza della ‘ndrangheta, dopo l’omicidio di Francesco Fortugno, Vicepresidente della Regione Calabria, politico e medico calabrese che lavorava con la moglie al pronto soccorso di Locri.

L’omicidio, consumato nel Palazzo Nieddu del Rio in corso Vittorio Emanuele a Locri, fu un chiaro segnale politico, dato che allora il luogo del delitto era anche il seggio dell’Unione dove si svolgevano le primarie, il partito di cui faceva parte Fortugno. A seguito delle indagini vennero individuati i colpevoli coinvolti nell’omicidio insieme ai mandanti. Per l’assassinio di Fortugno, la sentenza della Corte d’Assise di Locri, emessa il 2 febbraio 2009, condannò all’ergastolo Alessandro Marcianò ed il figlio Giuseppe, rispettivamente caposala dell’ospedale locrese e infermiere nella medesima struttura, quali mandanti dell’omicidio; Salvatore Ritorto, quale esecutore materiale e il suo coetaneo, Domenico Audino, quale fiancheggiatore a guida del mezzo che trasportava il killer. Sentenza che fu poi confermata in Cassazione. Un altro elemento da considerare è la presenza di Domenico Crea, detto Mimmo, nel circondario degli affari sanitari calabresi di stampo masso-mafioso. Crea, già consigliere regionale calabrese e uomo d’affari nel mondo della sanità privata fu citato da Nicola Romano, capo consigliere della “Corona” (il “Consiglio” della Locride mafiosa) durante un’intercettazione ambientale. In sostanza, Romano rivela alla moglie Teresa Fazzari della presenza di Crea dietro l’omicidio Fortugno in un’intercettazione telefonica svolta dalla DDA di Reggio Calabria. Crea, primo tra i non eletti nella lista della Margherita, dopo la scomparsa del vicepresidente calabrese, riceve un’involontaria promozione, subentrando al posto di quest’ultimo. Nel 2008 viene arrestato e condannato nell’ambito dell’inchiesta “Onorata Sanità” che ruotava attorno al caso dell’accreditamento della sua clinica privata “Villa Anya”. Un caso?

Per farsi un’idea di com’era la situazione basta dare un’occhiata alla Commissione Prefettizia d’accesso sull’Asl di Locri del 2005. Se si guarda l’organico delle strutture sanitarie accreditate – circa 27 tra cliniche private e laboratori – ai tempi dell’ispezione si nota come la maggior parte delle persone intorno alle strutture sanitarie sono ‘ndranghetisti, indagati per associazione a delinquere o persone vicine alle cosche, figli o partner che hanno cognomi che risuonano familiari nel concerto delle ‘ndrine calabresi.

In seguito, furono sciolte anche le Asp di Reggio Calabria e di Vibo, rispettivamente nel 2008 e nel 2010.

Il(I) commissariamento(i)

Nel 2001, con la l. Cost. 3/2001, è stato modificato il Titolo V della Costituzione, definendo nel 2° comma dell’Art. 117 le materie di stretta competenza statale e quelle a legislazione concorrente elencate nel 3° comma dello stesso articolo, tra cui ritroviamo la sanità. Legislazione concorrente che fu appannaggio della politica regionale. In sostanza più soldi da gestire in casa.

Da allora cinque sono state le giunte che hanno presidiato la Cittadella: Chiaravalloti, Loiero, Scopelliti, Oliverio e quella della Santelli, ora presidiata dal f.f. Spirlì a causa della scomparsa prematura della Presidente.

Già dalla giunta Chiaravalloti iniziarono i primi problemi con i piani di rientro e gli indebitamenti che la Regione presentava, per arrivare alle audizioni della Commissione parlamentare di inchiesta sugli errori sanitari a Loiero.

Il SSR con la legge regionale n° 11 del 2007, ossia il piano di rientro, è stato “razionalizzato”, trasformando le Aziende Sanitarie locali in Aziende Provinciali, diminuendo quindi da un numero di 11 a 5 unità. Il testo riporta: “Definizione della procedura di accorpamento, sotto il profilo amministrativo, civilistico, contabile e fiscale, delle preesistenti 11 Aziende Sanitarie Locali (AA.ss.ll.) in 5 Aziende Sanitarie Provinciali (AA.ss.pp.), sancito dalla legge regionale n. 9 dell’11 maggio 2007”. In sostanza per rientrare degli sprechi si è pensato di razionalizzare le Aziende Sanitarie calabresi su base provinciale, riducendo di fatti la presenza sul territorio. Come se non bastasse, la Giunta Loiero, nell’Ottobre del 2009, dopo aver chiarito le sue posizioni davanti la Commissione parlamentare per gli errori sanitari, annuncia la chiusura di 12 ospedali nella Regione, chiusura che fu poi confermata dalla Giunta Scopelliti (che aggiunse 6 ospedali nel giro di vite). Scopelliti fu allo stesso tempo commissario ad acta per la sanità calabrese e Presidente di Regione, fino alla sua destituzione per la condanna a sei anni di reclusione per abuso d’ufficio e falso (il famoso caso Fallara). Dopo Scopelliti arrivò il commissariamento del governo centrale che durerà fino ai giorni del Covid, davanti l’inerzia di un inutile Oliverio e della brevissima legislatura Santelli.

Uno scarica barile continuo tra governo locale e centrale, goffi commissari incatenati dalle logiche del territorio, logiche caratterizzate da accreditamenti di strutture private e da appalti concessi ai soliti amici che ricevono piaceri dai politici coinvolti nel giro della Onorata sanità. Un Bancomat per la ‘ndrangheta e la imprenditoria collusa che da anni distrugge il sistema sanitario calabrese, per non parlare della mancata presa di responsabilità della classe politica locale e governativa, mista all’incompetenza gestionale che riguarda queste figure.

La Calabria zona rossa, per colpa di chi?

Non è un caso che la Calabria è stata classificata zona rossa dall’ultimo Dpcm. Di fatti i parametri che fanno salire l’indice di rischio sono proprio quelli che riguardano la tenuta del sistema sanitario in toto e l’efficienza del processo di contat-tracing. La Calabria è zona rossa ma non per i contagi. Le cause, purtroppo, sono molto più profonde, da ricercarsi in tutta una storia che attende solo una letteratura degna del nome di Denuncia.

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