Accursio Miraglia: Il sindacalista che sfidò Cosa Nostra
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Accursio Miraglia: Il sindacalista che sfidò Cosa Nostra

COSA NOSTRA UCCIDE IL SINDACALISTA ACCURSIO MIRAGLIA. AI CONTADINI DICEVA: “MEGLIO MORIRE IN PIEDI CHE VIVERE IN GINOCCHIO”

Il 4 gennaio 1947, a Sciacca – provincia di Agrigento – la mafia uccide davanti alla porta della sua abitazione Accursio Miraglia, segretario della locale Camera del lavoro e dirigente comunista. Il sindacalista – oltre che direttore dell’Ospedale civico cittadino, proprietario di una piccola industria del pesce, amministratore di una fornace per la produzione di laterizi e direttore del Teatro Rossi – era entrato nel mirino del braccio armato dei grandi latifondisti per le sue battaglie per l’assegnazione a cooperative di contadini delle terre incolte da scorporare dalle grandi proprietà terriere. “È il sesto segretario di Camere del lavoro che, nel giro di pochi mesi, è stato ucciso in terra di Sicilia – scriverà l’Unità il giorno successivo –. Profonda è l’indignazione che quest’ultimo crimine politico ha suscitato tra i lavoratori siciliani e particolarmente tra i contadini poveri della zona, che hanno perduto in Curzio Miraglia uno strenuo assertore dei loro diritti”.

La segreteria regionale della Cgil, riunita immediatamente a Palermo, vota all’unanimità un ordine del giorno in cui si chiede al ministro degli Interni provvedimenti immediati e d’emergenza; i rappresentanti del Pci, del Psi, del Pri e della Dc, richiedendo un’inchiesta parlamentare e votano un ordine del giorno di protesta per la carenza delle forze di polizia di fronte al ripetersi di simili delitti, mente il presidente del Consiglio ad interim, Pietro Nenni, invia alla Camera del lavoro di Sciacca il seguente telegramma: “Esprimo lavoratori Sciacca mio profondo cordoglio per assassinio segretario Camera lavoro Miraglia. Ho dato disposizioni perché tutto sia messo in opera per arrestare autori istigatori delitto. Violenza reazionaria non arresterà opera giustizia perseguita dai lavoratori”.

Nasce a Sciacca il 2 gennaio 1896, rimanendo presto orfano di padre. La madre, Maria Rosa, pur con grandi sacrifici riesce a far studiare tutti i suoi cinque figli, che si diplomano. Accursio consegue, con il massimo dei voti, il diploma presso l’Istituto Tecnico Commerciale di Agrigento. A vent’anni inizia quindi a lavorare al Credito Italiano di Catania, dove vi rimane per circa un anno, prima di trasferirsi a Milano con la qualifica di capo ufficio. Nel capoluogo lombardo conosce importanti personalità politiche e della cultura. Qui avviene l’incontro con le idee dell’anarchico russo Bakunin, che lo appassionano a tal punto da spingerlo all’impegno sociale e politico. Si iscrive quindi al gruppo anarchico di Porta Ticinese. Il primo dopoguerra è un periodo molto difficile della storia italiana. Bisogna fare i conti con gravi squilibri e problemi sociali, che sfociano in iniziative politiche di opposta natura. Tra il 1919 e il 1920 è il periodo del cosiddetto “biennio rosso”. L’Italia centro-settentrionale è interessata da diffuse lotte contadine e operaie, che mirano al raggiungimento di migliori condizioni di vita e di lavoro. Sono anni tesi, violenti, confusi. Accursio viene licenziato dalla sua banca per “contrasti di natura politica”. Le sue idee mal si conciliano con quelle della finanza. Paga per il suo attivismo, per la ricerca di eguaglianza e giustizia sociale, per la sua vicinanza alle lotte degli operai.
Rientra quindi a Sciacca dove svolge diverse attività, dalla creazione di una industria ittico-conserviera, al commercio di ferro e metalli al porto. Ma al di là del lavoro Accursio è un uomo molto impegnato nel sociale, sempre a contatto con i più bisognosi. Fa restaurare a sue spese una parte dell’orfanotrofio di Sciacca, si adopera inviando generi di prima necessità alle Giummare e al Boccone del Povero.
Una delle sue frasi tramandate ai posteri ben ci restituisce la sua personalità: “per la ripresa della nostra vita operativa è indispensabile rivolgersi alla terra e al mare, creature come l’uomo, di Dio”. Dopo la caduta del fascismo e la ripresa del multipartitismo Accursio decide di impegnarsi in politica. Partecipa infatti alla costruzione del Pci locale e ne diventa un dirigente. Ma soprattutto crea e dirige la prima Camera del Lavoro siciliana, che nasce appunto a Sciacca. In prima linea a sostegno delle lotte contadine, in mezzo a una povertà dilagante, Miraglia fa da voce ai più umili e dà vita a una importante iniziativa: la creazione della cooperativa “La Madre Terra”. Attraverso questa cooperativa agricola i contadini, uniti e solidali tra loro, chiedono l’attuazione dei decreti Gullo, che prevedono l’assegnazione alle cooperative dei terreni incolti appartenenti ai latifondi. Un’altra delle sue frasi spingeva quelle persone svantaggiate all’unità: “Noi, organizzati, siamo un gruppo di fratelli. Se succede qualcosa, si ragiona”.
Ma le sue iniziative sono mal viste dai latifondisti, dalla mafia, che presto passano alle vie di fatto. Dopo l’omicidio di Miraglia, l’1 maggio 1947, si verificherà la strage di Portella della Ginestra, in provincia di Palermo. Salvatore Giuliano e uomini appartenenti alla sua banda apriranno il fuoco contro la folla riunita per celebrare la festa del lavoro, uccidendo 14 persone e ferendone molte altre. Mafiosi e latifondisti inviano un messaggio chiaro: le terre incolte devono rimanere ai grandi proprietari e la Sicilia schiava della prepotenza di pochi.

Eppure altri, tanti altri, in futuro alzeranno ancora la testa e moriranno “in piedi”, come Accursio Miraglia.

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