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Di Giuseppe Galzerano

Il 2 maggio 1897 nel cortile della questura di Roma viene trovato il corpo senza vita di Romeo Frezzi, falegname anarchico, nato a Jesi (An) il 17 agosto 1867, trasferitosi a Roma per ragioni di lavoro.

Era stato arrestato il 27 aprile 1897, in seguito all’attentato del 22 aprile di Pietro Acciarito a re Umberto I, perché trovato in possesso di una fotografia.

Nel registro, la questura romana scrive: «Oggi, alle ore 17, si è suicidato, battendo la testa contro il muro, certo Romeo Frezzi di 29 anni, falegname, anarchico, trattenuto per misura di pubblica sicurezza». Poi più sotto: «Successivamente il cadavere del Frezzi essendo stato visitato dal dottor Malpieri e non avendo questi riscontrato alcuna lesione apparente ritiene che lo stesso Frezzi sia morto per aneurisma. Informata l’autorità giudiziaria».

I risultati dell’autopsia sono orrendi: frantumata la scatola cranica frantumata, la spalla destra rotta, rotte tutte le costole rotte, con distacco completo della colonna vertebrale, il fegato spezzato in due. Un giudice conferma: «Si è gittato dalla loggetta, alta sei metri, sul pavimento». La terza versione sostiene che si sarebbe suicidato lanciandosi da una finestra che si affacciava nel cortile interno del carcere.

Un anonimo giornalista dell’«Avanti!», conduce una dura e coraggiosa inchiesta dal titolo «Un delitto della polizia? » e fin dal primo momento parlerà di «delinquenza efferata negli agenti della polizia, rivelazione di tutto un sistema di violenze rimaste sempre impunite».

Al processo i responsabili dell’uccisione di Romeo Frezzi saranno tutti assolti. Il giornalista, come dirà egli stesso l’11 agosto 1900, era Guido Podrecca.

Questa vicenda la racconto nel mio volume su Andrea Salsedo, un emigrante ucciso dalla polizia americana.

 

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