Rende: Dai “Beni Comuni”... alla privatizzazione selvaggia (di Stefano Ammirato)
Cronaca Locale

Rende: Dai “Beni Comuni”… alla privatizzazione selvaggia (di Stefano Ammirato)

di Stefano Ammirato

Dall’amministrazione rendese partono ancora post di elogio del partenariato pubblico privato, dove il pubblico mette a disposizione i Beni Comuni ed il privato se ne appropria per fare milioni. Li restaura certo, ma poi li mantiene per 99 anni. Come ritornerà alla comunità un bene dopo 99 anni di gestione privatistica? Meglio o peggio dell’inizio? Quale innovazione da parte del Comune visto che è il privato a mettere i capitali e organizzare le iniziative?

La SORICAL a trazione Veolia ci ha insegnato che il privato, che da contratto doveva occuparsi della manutenzione degli impianti, ha trovato un sistema messo abbastanza bene (ricordiamo, la parte prima dei serbatoi comunali) e lo ha sfruttato “a morte” per tutto il periodo di gestione rappezzando i guasti che nel frattempo si producevano agli impianti. Quando il privato ha compreso che doveva mettere mano ad un sistema oramai colabrodo, spesa che avrebbe mangiato gli utili, ha preso la sua valigetta ed è scappato!

Oggi l’AIC si interroga insieme alla Regione a chi affidare la totalità del sistema idrico integrato calabrese, compresa la depurazione. Nel frattempo, pur sapendo dell’inesorabilità di questo affidamento sono stati approvati project financing milionari con i privati (processi connaturali alla dottrina neoliberista del sindaco e presidente Manna) su pezzi del sistema come ad esempio il depuratore consortile dell’area urbana cosentina sito tra Rende e Montalto Uffugo.

L’AIC dopo aver compulsato l’idea della SpA sembra oggi ritornare a guardare alla SORICAL che nel frattempo sta liberandosi del partner privato. Questo traghettamento verso una società a pieno capitale pubblico ci farà ritornare in possesso del nostro sistema idrico ma in un quadro societario di natura privatistica (un tempo si sarebbe detto capitalistico). Per fare un esempio, le maestranze saranno assunte direttamente e senza concorso dalla dirigenza normalmente poco prima delle scadenze elettorali come da dottrina Incarnato/Oliverio. Siamo convinti, inoltre che, essendo una SpA, il partner privato starà fuori giusto il tempo dei lavori di ristrutturazione degli impianti per poi ritornare alla carica e allo sfruttamento.

Ritornando su Rende, la dottrina radicalmente capitalistica dell’amministrazione in carica sta producendo una svendita dei Beni Comuni e degli asset fondamentali del Comune di Rende con un patrimonio immobiliare invidiabile ed accumulatosi nel corso degli anni, certamente in altri scenari di liquidità per le casse degli enti pubblici. Ad oggi le mosse sono quelle di autorizzare i privati all’utilizzo spesso gratuito (o pagato attraverso le migliorie) di Beni Comuni di proprietà della collettività mentre ad esempio si cercano magazzini da fittare per fare aule scolastiche. Basta pensare in merito alla ex Scuola di Santo Stefano che giace chiusa da anni senza che alcuno se ne ricordi. Nonostante i preventivi irreali dell’amministrazione, potrebbe essere recuperata in economia molto probabilmente con meno risorse rispetto ai fitti da pagare ai privati proprietari di magazzini. Ma siamo in emergenza…si risponderà! Con la defunta Consulta dei Beni Comuni segnalavamo questi beni già 3 o 4 anni fà…tutto il tempo per procedere e non c’era ancora il Covid, giustificazione per ogni negligenza amministrativa.

A parte l’esempio, siamo di fronte ad una vasta privatizzazione che va, a Rende, da concessioni storiche mai smentite ma ampliate come acqua e rifiuti saldamente in mano ad aziende private, a nuove operazioni come il cimitero privato, il depuratore consortile, l’eco-distretto (in realtà leggasi inceneritore), e la grande operazione che dovrebbe attivarsi attraverso i fondi di Agenda Urbana. Il regolamento dei Beni Comuni voluto dalle associazioni rendesi e recepito dall’amministrazione comunale (che ha il merito di aver attivato il primo Bene Comune cittadino vista la vitalità della comunità di Villaggio Europa) oggi risulta chiuso in un cassetto e sostanzialmente disattivato insieme alla Consulta dei Beni Comuni che ha cessato di esistere da qualche anno. Rimane in vita il Campo Bene Comune del Villaggio Europa e l’azione del comitato di Quartiere che attrae nuove associazioni e giovani della CEEP vogliosi di mettersi alla prova in un esperimento di autogestione e autofinanziamento e nel tentativo di infettare con questo virus positivo gli atri quartieri della città. Questa la nostra analisi dello stato dell’arte, ancora c’è tempo per invertire la rotta e tornare sui propri passi su tante decisioni sbagliate. Ancora c’è tempo per innescare politiche in controtendenza alla dottrina mainstream. Bisogna lavorare per costruire un comitato vero, fatto di cittadini, in ogni quartiere capace di autogestione e azione diretta.

Esistono timidi esempi in tante parti del nostro territorio come nel Centro Storico, a Santo Stefano, Arcavacata-Università, nella Zona Industriale, Commenda, Saporito…in quei posti dov’è rimasto un forte legame tra residenti e territorio. Consulte reali fatte dai cittadini, tecnici e consiglieri di maggioranza e opposizione che costruiscano momenti assembleari deliberativi sulle principali problematiche della città che oggi sono appannaggio dei soli delegati politici e spesso da consulenti privati portatori d’interesse. Stabilire un programma di incontri Quartiere per Quartiere per ascoltare le problematiche dalla viva voce di chi vive i luoghi e conosce perfettamente le problematiche legate alla loro stessa vita. Limitarsi agli incontri porta a porta solo qualche giorno prima delle elezioni non facilita la partecipazione e si riduce all’elencazione di promesse ovviamente non realizzabili.

Questo il senso intimo del Regolamento dei Beni Comuni, queste le richieste radicali del vecchio percorso dell’Assemblea dei Beni Comuni e della Consulta. Questi i motivi per cui non esistono più se non nelle pratiche che dal basso si mantengono fedeli ai principi di un percorso inedito nella città di Rende. Ed è dal basso che bisogna riprendere il cammino, costruire la forza per trasformare l’esistente. in senso radicale con l’ausilio dei tanti delegati di maggioranza ed opposizione capaci di comprenderne il senso rivoluzionario della proposta. Partecipazione, Democrazia Diretta, Beni Comuni, Assemblee popolari deliberative, Comitati di Quartiere. Non nuove liste elettorali occorro a Rende, personaggi dalle mani pulite e dal cuore indomito, leader carismatici ne esistono già a sufficienza. C’è bisogno di un pensiero ed un’azione popolare radicalmente nuova che abbiamo tempo fa sintetizzato sotto la bandiera dei Beni Comuni, dell’ambiente, della democrazia radicale! #confederalismodemocratico (Ocalan) #democraziadiretta (Piperno, Bookchin, Soviet) #benicomuni (Rodotà, Referendum Acqua, Usi civici) #rivoluzione (Che Guevara) #municipiautonomi (Zapatisti)

PS: non lasciamo che le cittadinanze onorarie rimangano inutili orpelli persino oltraggianti le personalità omaggiate! Facciamoci ispirare dai nostri cittadini onorari

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