Disastro afgano. Un ulteriore frutto avvelenato della Guerra fredda (di Brunello Mantelli)
Politica Estera

Disastro afgano. Un ulteriore frutto avvelenato della Guerra fredda (di Brunello Mantelli)

Di Brunello Mantelli

Disastro afgano. Disastro più che altro per la popolazione civile e per le donne afgane.

Proviamo però ad inserirlo in un contesto più generale: il secondo dopoguerra (dal 1945 ad oggi) ha visto contemporaneamente sia il processo di disfacimento degli imperi coloniali di matrice settecentesca ed ottocentesca (in particolare britannico, francese, neerlandese, belga e – con le sue particolarità – portoghese) sotto la spinta di movimenti di liberazione nazionale i quali traevano in gran parte linfa dalle culture critiche democratiche e rivoluzionarie di matrice europea, sia il dispiegarsi, dal 1947 in poi, della “guerra fredda”, fredda in realtà nel Nord dell’emisfero, non di rado combattuta per interposta persona nel Sud.

Forzando un poco, potremmo dire che l’attuale disastro afgano è un ulteriore frutto avvelenato della guerra fredda, così come l’instabilità nell’Africa araba e nel Vicino Oriente.

Il conflitto tra le superpotenze USA e URSS, mascherato da contrasto ideologico e valoriale, ebbe drammatici effetti distorsivi sull’intero pianeta: in Europa impedì ad Occidente soluzioni socialiste democratiche che pure erano materialmente possibili, ad Oriente impose dittature di minoranza sedicenti socialiste.

Nel Sud del mondo costrinse i movimenti di liberazione a schierarsi, tarpando loro le ali ed obbligandoli a mimare o modelli desunti dal cosiddetto “socialismo reale” sovietico, o a accettare dipendenze forti dall’Occidente, di cui facevano parte le vecchie potenze colonizzatrici. Ogni tentativo di uscire dalla morsa bipolare sovietico/statunitense era destinato a fallire; fossero le “terze forze” in Europa, fossero tentativi sviluppisti nell’emisfero Sud si scontravano con la gabbia bipolare. Basti pensare a Mossadeq, ad Arevalo-Arbenz, allo stesso Castro delle origini, ad Allende, a Sukarno, a Ben Bella, allo stesso tentativo di rivoluzione/colpo di Stato del Partito comunista afgano, in cui l’intervento “normalizzatore” sovietico avvenne a favore di una frazione minoritaria – ma fedele al Cremlino – del PCA, contro l’ala maggioritaria orientata verso un’opzione neutralista, ma anche a Imre Nagy ed Alexander Dubcek.

Proviamo a pensare alla guerra fredda 1947-1991 (al di là delle sue diverse fasi) come una riedizione, mutatis mutandis, della Santa Alleanza postnapoleonica, con la differenza però che nella seconda “santa alleanza” gli ordinatori erano due, presunti ostili ma in realtà concordi nel bloccare ogni evoluzione autonoma di soggetti terzi.

Lì troveremo anche le radici delle crisi attuali.

 

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