Cosenza, FEM.IN: “chi oggi predica bene, ieri razzolava male. Sul commissariamento, abbiamo sempre avuto ragione”
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Cosenza, FEM.IN: “chi oggi predica bene, ieri razzolava male. Sul commissariamento, abbiamo sempre avuto ragione”

A nove mesi dall’approvazione del “Decreto Calabria” ad arrivare non sono stati i primi 60 milioni previsti dallo stesso per supportare il sistema sanitario calabrese, bensì la dichiarazione di illegittimità circa alcune disposizioni specifiche. Infatti, la Corte Costituzionale, con sentenza numero 168/2021, ha dichiarato parzialmente incostituzionale il d.l. 150/2020 riguardante la proroga dell’ormai ultra decennale commissariamento della sanità in Calabria.

Al di là delle disposizioni specificatamente colpite, a pesare come macigni sono le parole usate nella sentenza: la Corte ha cristallizzato nero su bianco una contraddizione che dura da anni, basata sulla corresponsabilitá dello Stato e della Regione Calabria e per la quale sono vittime “gli abitanti della Calabria che stanno da dieci anni colmando una voragine finanziaria che cresce e si alimenta di anno in anno. A fronte di questi sacrifici finanziari i cittadini calabresi non godono però di servizi sanitari adeguati” (così già la corte dei Conti nel 2019, oggi citata dalla Corte Costituzionale).

Ai politicanti vari ed eventuali che nell’ultimo anno si sono affannati a dire quanto il commissariamento fosse sbagliato, ricordiamo che il debito lo hanno creato loro e non lo pagheranno di tasca propria.

A rimetterci in termini economici e di salute è la stragrande maggioranza della cittadinanza calabrese, persone che non verranno mai risarcite per i viaggi affrontati, le grosse somme spese dai privati, per le cure a cui hanno rinunciato e per le vite spezzate dalla malagestione del servizio sanitario pubblico.

La nostra petizione, ormai acquisita dal Senato e dal Parlamento Europeo, chiede qualcosa che è sotto gli occhi di tuttx da anni:

il commissariamento non ha ripianato alcun debito ed ha anzi peggiorato le condizioni del nostro sistema sanitario.

Al netto delle singole censure sono evidenti i paradossi, i balletti Stato-Regione, la logica dello scaricabarile che hanno costituito costi finanziari, morali e fisici per i/le calabresi.

Nello specifico, illustriamo le mozioni mosse dalla Corte:

La Corte Costituzionale ha certificato l’evidente: da un lato stiamo pagando un debito creato da chi aveva la responsabilità di tutelare la regione che amministrava, dall’altro l’Istituzione che aveva l’obbligo di sopperire a tale situazione l’ha invece rafforzata e peggiorata.

Secondo la Corte Costituzionale, in breve:

  1. Il commissariamento della sanità calabrese è unico nel panorama nazionale. Nello specifico, l’unico ad essersi protratto per più di dieci anni, l’unico in cui si è registrata una forte conflittualità tra gestione commissariale e regione, ma è soprattutto l’unico a non aver prodotto alcun risultato utile. Secondo la Corte è l’impianto stesso della legge che ne disciplina l’attuazione ad evitare che alcun risultato possa essere raggiunto: nello specifico, il d.l. 150/2020 prevede che il Commissario ad acta si avvalga di personale messo a disposizione dalla Regione nella misura minima di 25 unità. La Corte tuttavia sottolinea che il potere sostitutivo dello Stato, da esercitarsi temporaneamente per poter garantire unitarietà e rispetto del diritto

fondamentale alla salute in tutto il territorio nazionale, non può limitarsi ad effettuare un cambio di vertice senza fornire alcun tipo di risorsa né finanziaria né operativa, e se a nove mesi di distanza dall’approvazione del d.l. 150/2020 non esiste nessuna struttura commissariale oltre al commissario stesso, ci viene da chiederci come mai a questo paradosso non venga almeno posto rimedio. Del resto, è lo stesso Commissario che con decreto del 12 febbraio 2021, ha sottolineato che il Dipartimento Tutela della Salute, Servizi Sociali e Socio Sanitari presenta una grave carenza di risorse umane e quindi non può far fronte alle esigenze dell’istituto commissariale; esigenze cui dovrebbe rispondere il Governo, avendo sottratto alla Regione le proprie competenze gestionali per demandarle ad un super commissario da lui stesso nominato.

Allo stato di ciò, come potrebbe essere il Dipartimento della Salute regionale, in crisi cronicizzata e ritenuto inadatto dallo stesso Commissario, a predisporre risorse che non ha ed a risanare la situazione della sanità calabrese?

Tutto ciò ha l’unico effetto di sottoporre la regione ad un onere organizzativo e finanziario ingiustificato e senza limite di tempo.

  1. Altro schiaffo alla dignità dei calabresi è contenuto poi in altra disposizione ritenuta incostituzionale, la quale prevede che il contributo di solidarietà previsto dallo stesso decreto sia erogabile dallo Stato solo a fronte dell’attuazione del programma di prosecuzione del piano di rientro per il periodo 2022-2023, e cioè, nella sostanza, a fronte della prosecuzione del commissariamento fino al 2023, di fatto escludendo preventivamente che in tale periodo di tempo la regione possa riappropriarsi del proprio ruolo e fornendo una scusante sul ritardo dell’erogazione del contributo in quanto, per le motivazioni già espresse, l’ente commissariale pecca di efficienza.

Sembra un cane che si morde la coda, invece è una chiara volontà politica di lasciare la Calabria ultima tra gli ultimi, per poter continuare con un assistenzialismo di facciata ed improduttivo.

In questo contesto ci sembra non esistano garanti e garanzie; riprendiamoci ciò che è nostro, pretendiamo l’azzeramento del debito.

Noi non ci stiamo e non ci fermeremo.

RETE CALABRESE PER LA SANITÀ PUBBLICA

 

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